Quando si parla di Scampia, il rischio è sempre lo stesso: fermarsi alla superficie. Una rappresentazione cristallizzata, quasi stereotipata, che racconta solo una parte della realtà. E invece, se ci si avvicina davvero ai contesti educativi del territorio, emerge qualcosa di molto più articolato, direi persino sorprendente.
Scampia è un ecosistema complesso, certo, ma anche estremamente vitale. Ed è proprio in questa complessità che la scuola assume un ruolo strategico, non solo come istituzione formativa ma come vero e proprio dispositivo di coesione sociale.
La presentazione del volume “Fare scuola a Scampia“ di Nicola Cotugno presso la nostra Scuola Calcio ARCI UISP Scampia si inserisce esattamente in questa traiettoria: una scuola che dialoga con il territorio, che si apre, che si espone. E che, soprattutto, si mette in discussione.
Dopo i saluti istituzionali del nostro Presidente mister Antonio Piccolo e del Presidente della Municipalità 8 del Comune di Napoli, Nicola Nardella, si è aperto il confronto con l’autore. Hanno dialogato con Nicola Cotugno, Domenico Ciruzzi, avvocato penalista ed ex Presidente della Fondazione Premio Napoli e Rosanna Esposito, docente dell’ITI Ferraris, formatrice ed esperta in didattica multimediale.
L’incontro è stato moderato dalla giornalista Diletta Capissi e arricchito da interventi e contributi multimediali a cura degli studenti, attuali ed ex, dell’ITI Ferraris di Scampia.
C’è un passaggio che, rileggendo le esperienze raccontate, continua a colpirci: non si può insegnare senza ascoltare. Sembra una considerazione banale, ma non lo è affatto.
In contesti caratterizzati da marginalità sociale e povertà educativa, l’ascolto diventa una vera e propria competenza professionale e non un’attitudine accessoria. È il punto di ingresso per costruire quella relazione educativa autentica che rappresenta il presupposto di qualsiasi apprendimento significativo. In altre parole:
- senza relazione non c’è coinvolgimento,
- senza coinvolgimento non c’è apprendimento,
- senza apprendimento non c’è trasformazione.
E questo implica un ripensamento profondo del ruolo docente. Non più un semplice trasmettitore di contenuti, ma un facilitatore di processi, un regista di dinamiche educative, una figura capace di intercettare bisogni spesso inespressi.
Cotugno ha insistito su questo punto con grande chiarezza: educare significa “trarre fuori”, far emergere ciò che già esiste nello studente. E, aggiungiamo noi, significa anche accettare una certa dose di imprevedibilità.

Uno degli aspetti più interessanti della presentazione ha riguardato l’utilizzo del digitale, sul quale ci si è soffermati ad approfondire, poiché il tema è spesso affrontato in modo superficiale, oscillando tra entusiasmo acritico e diffidenza preconcetta.
L’esperienza che è stata descritta nel libro suggerisce, invece, un approccio molto più maturo: il digitale non è uno strumento da utilizzare, ma un ambiente in cui abitare.
I ragazzi sono nativi digitali, immersi in una dimensione fatta di immagini, interazione, multimedialità. Ignorare questo dato significa creare una distanza comunicativa difficilmente colmabile.
Quando invece il digitale viene integrato in modo coerente:
- si attivano dinamiche collaborative reali
- si costruiscono ambienti di apprendimento interattivi
- si favorisce una partecipazione più consapevole
Si pensi, ad esempio, all’uso del videogioco come dispositivo didattico o alla progettazione condivisa di contenuti digitali. Non è solo innovazione metodologica, è un cambio di paradigma.
Detto questo, sarebbe un errore considerare il digitale come una soluzione universale, infatti è a questo punto che è emerso uno degli elementi più solidi dell’impianto pedagogico: l’approccio umanistico alla tecnologia.
In un contesto in cui l’intelligenza artificiale, la realtà aumentata e il cosiddetto Metaverso stanno ridefinendo i confini dell’esperienza umana, diventa fondamentale sviluppare una consapevolezza critica.
Non basta saper usare gli strumenti. Occorre comprenderne le implicazioni. Educare al digitale significa quindi:
- promuovere un uso etico della tecnologia,
- evitare forme di dipendenza e subordinazione culturale,
- sviluppare capacità di analisi e discernimento.
Il richiamo alle leggi della robotica di Asimov, quindi, non è un vezzo culturale, ma il riferimento concreto a una questione attualissima: chi governa la tecnologia? E con quali finalità?
Un altro elemento che ha meritato attenzione è il protagonismo degli studenti. Un concetto spesso abusato, ma che in questo caso trova una declinazione operativa molto chiara. Non si tratta di mera retorica partecipativa. Si tratta di costruire contesti in cui gli studenti possano:
- sperimentare,
- esprimersi,
- assumersi responsabilità.
Quando questo accade, si attiva un processo di riconoscimento identitario che ha effetti profondi sul percorso di crescita.
Le testimonianze raccolte nel volume hanno restituito proprio questo: esperienze concrete, a volte imperfette, ma autentiche. Ed è in questa autenticità che si genera valore educativo.
Parallelamente, Scampia sta oggi vivendo una fase di trasformazione significativa. Interventi urbanistici, nuovi servizi, la presenza del polo universitario rappresentano segnali importanti di rigenerazione urbana.
Ma sarebbe ingenuo ignorare le criticità ancora presenti.
Disoccupazione elevata, dispersione scolastica, carenza di opportunità lavorative continuano a rappresentare fattori di rischio strutturali.
Ecco che emerge una riflessione inevitabile: la scuola può essere un motore di cambiamento, ma non può agire in isolamento.
Serve un’alleanza educativa più ampia, capace di coinvolgere istituzioni, associazioni, famiglie, territorio.
Alla fine, quello che emerge con maggiore forza è un dato semplice, quasi disarmante nella sua evidenza: fare scuola è un lavoro artigianale.
Non esistono modelli replicabili in modo automatico. Esistono pratiche, tentativi, aggiustamenti continui. E, soprattutto, esistono persone.
In contesti come il nostro, a Scampia, questo è ancora più evidente. Perché ogni risultato ottenuto non è mai scontato, ma frutto di un equilibrio delicato tra competenza, passione e capacità di relazione.
Proprio tutto quello di cui si è discusso è ciò ha determinato la considerazione più interessante: ciò che funziona qui, in realtà, contiene indicazioni preziose per qualsiasi contesto educativo.
Solo che, a Scampia, lo si vede meglio. E lo si capisce prima.
