Ci sono storie che non possono e non devono restano chiuse nella cronaca nera. Entrano nei quartieri, nelle famiglie, nei campi di calcio, nei silenzi di chi ha conosciuto una persona e anche nei pensieri di chi, magari, quella persona non l’ha mai incontrata. La storia di Raffaele Perinelli, per tutti Lello, appartiene a questa categoria.
Lello era un giovane calciatore napoletano. Aveva 21 anni, giocava da terzino sinistro, aveva indossato le maglie di realtà importanti del calcio campano e aveva già vissuto esperienze in Serie D. Ma ridurlo alla sola definizione di “promessa del calcio” sarebbe ingiusto. Perché Lello Perinelli era soprattutto un ragazzo che aveva scelto una strada precisa: quella dell’impegno, del lavoro, dell’allenamento, della fatica quotidiana.
E questa, permetteteci di dirlo, non è una cosa da poco.
In certi territori scegliere la strada giusta non significa semplicemente comportarsi bene. Significa resistere. Significa svegliarsi presto, andare a lavorare, allenarsi nel pomeriggio, continuare a sognare anche quando tutto intorno sembra suggerirti il contrario. Lello lo faceva. Lavorava, si allenava, inseguiva il suo sogno di calciatore e provava a costruirsi un futuro diverso, pulito, suo.

La sua vita è stata spezzata nell’ottobre del 2018, a Miano, durante una lite culminata in una coltellata mortale. Una tragedia nata da motivi definiti futili, come spesso si legge in questi casi. Ma, a pensarci bene, questa parola pesa più di quanto sembri. “Futile” non attenua nulla, anzi, rende tutto ancora più doloroso. Vuol dire che una vita può essere distrutta per una discussione, per una rabbia non governata, per un gesto che cancella ogni possibilità di tornare indietro.
Memoria che diventa responsabilità. La partita organizzata il 7 aprile 2019 sul campo dell’Arci di Scampia, voluta dalla famiglia, dagli amici, dai compagni di squadra e dall’allenatore di Lello, non è stata soltanto un momento commemorativo. È stata un gesto civile. Un modo semplice, diretto, profondamente umano, per dire che Lello non è dimenticato. E che il suo percorso continua a parlare a chi ogni giorno vive il campo non solo come spazio sportivo, ma come luogo educativo.

Perché un campo di calcio, soprattutto in periferia, non è mai soltanto un campo di calcio, ma è sempre qualcosa in più. È una scuola senza banchi. È il posto dove un ragazzo impara ad arrivare in orario, a rispettare una regola, a controllare la rabbia, ad accettare una panchina, a rialzarsi dopo un errore.
È il luogo dove si capisce che il talento serve, certo, ma senza disciplina resta una promessa incompiuta. E, qualche volta, è anche il posto dove un adulto può accorgersi in tempo di una fragilità, di una difficoltà, di una richiesta di aiuto non detta.
La vicenda di Lello ci ricorda proprio questo: l’urgenza di educare prima che sia troppo tardi. Non basta dire ai ragazzi “state lontani dalla violenza”. Bisogna costruire alternative credibili. Bisogna offrire presenze, esempi, allenatori capaci di fare da guida, famiglie sostenute e comunità che non si voltano dall’altra parte. La prevenzione non si fa con le frasi belle, ma con la continuità. Con i pomeriggi passati sui campi. Con le regole spiegate e fatte rispettare. Con la capacità di dire un no quando serve e un “io ci sono” quando conta.
In questo senso, il ricordo di Lello diventa anche un messaggio per Scampia e per tutte le periferie dimenticate. Troppo spesso il territorio di Scampia è raccontato attraverso una sola lente, quella del disagio, della cronaca nera, delle ferite, del sangue. Ma Scampia è anche altro. È associazionismo, sport popolare, educazione di strada, famiglie che resistono, ragazzi che provano a costruirsi un futuro. È una comunità complessa, viva, che non chiede sconti, ma merita di essere raccontata per intero.
La nostra Scuola Calcio Arci Uisp Scampia, in questo quadro, rappresenta uno di quei presìdi che fanno la differenza. Non perché possiamo risolvere tutto, nessuno ha la bacchetta magica, ma perché offre ai giovani uno spazio sano, riconoscibile, quotidiano. E la quotidianità, in educazione, conta più dei grandi proclami.
Ricordare Raffaele Perinelli attraverso una partita significa allora restituire al calcio la sua funzione più bella: creare comunità. Non il calcio urlato, esasperato, consumato in fretta. Ma quello fatto di maglie sudate, mani sulle spalle, silenzi prima del fischio d’inizio, abbracci veri. Quello che insegna che l’avversario non è un nemico e che una sconfitta non autorizza mai la violenza.


Alla fine, la domanda che resta è semplice, ma scomoda: che cosa facciamo, ogni giorno, per impedire che altri ragazzi vengano inghiottiti dalla rabbia, dalla solitudine, dall’assenza di riferimenti?
Non esiste una risposta facile. Però esiste una direzione, continuare ad esserci. Continuare a educare. Continuare a trasformare il dolore in memoria attiva.
Lello Perinelli non è soltanto il ricordo di una giovane vita interrotta. È il simbolo di una scelta possibile, anche quando la strada è in salita. E ogni volta che un ragazzo entra in campo, rispetta una regola, stringe la mano a un compagno, impara a dominare un impulso, quella scelta torna a vivere.
Anche per questo, ricordarlo non è solo un dovere. È un impegno!