Ci sono luoghi che, più di altri, finiscono intrappolati dentro una narrazione comoda, ripetuta, quasi automatica. Scampia è uno di questi. Basta pronunciarne il nome e, troppo spesso, il pensiero corre subito agli stereotipi, alle cronache nere, ad un immaginario che negli anni ha finito per oscurare tutto il resto. Eppure il resto esiste, eccome se esiste. Anzi, a guardare bene, è la parte più solida, più numerosa, più vera.
La Scuola Calcio ARCI UISP Scampia appartiene esattamente a questa storia alternativa. È una storia che non si regge sugli slogan, ma sulla continuità. Non vive di dichiarazioni d’intenti, ma di presenza quotidiana. Dal 1986, Antonio Piccolo e Carlo Sagliocco hanno trasformato il calcio in un presidio educativo e civile, offrendo a generazioni di ragazzi e ragazze non soltanto uno spazio dove allenarsi, ma un luogo dove crescere, misurarsi con le regole, imparare il rispetto e fare esperienza concreta di socialità.
All’inizio, va detto, non c’era nulla di epico nel senso romantico del termine. C’era piuttosto una realtà ruvida, difficile, a tratti persino scoraggiante. Il primo campo era poco più di un terreno fangoso e polveroso, con spogliatoi di lamiera e condizioni ambientali che oggi definiremmo improponibili. La zona in cui sarebbe poi sorto il Centro Sportivo di via Fratelli Cervi era segnata da degrado, rifiuti, abbandono, tossicodipendenza. Eppure proprio lì, in un contesto che sembrava negare qualsiasi idea di futuro, è cominciato un lavoro duro e ostinato di recupero sia materiale che umano.

La crescita dell’Arci Scampia non è stata il frutto di un colpo di fortuna, ma di una stratificazione lenta, paziente, quasi artigianale. Un progetto costruito nel tempo grazie alla dedizione dei fondatori, al lavoro volontario di tanti collaboratori e al sostegno di soggetti che hanno creduto nella bontà dell’iniziativa, tra cui la Fondazione Banco di Napoli, la Compagnia di San Paolo, la Regione Campania e la Fondazione Cannavaro Ferrara. Oggi quel percorso si traduce in una struttura qualificata, con tre campi di calcio, un’infermeria attrezzata con defibrillatore, un impianto fotovoltaico e spazi pensati non soltanto per l’attività sportiva, ma per la vita della comunità.
Ma sarebbe riduttivo descrivere l’ARCI UISP Scampia come una semplice scuola calcio ben organizzata. Il punto, in realtà, è un altro. Qui il calcio è il linguaggio, non il fine ultimo. È lo strumento attraverso cui si prova a tenere insieme educazione, inclusione, legalità e senso di appartenenza. Non a caso, per anni uno dei criteri educativi più forti è stato semplicissimo e chiarissimo: si giocava solo se si andava a scuola.
Detto così sembra quasi banale. In verità dentro questa regola c’è un intero metodo, perché significa usare la passione sportiva come leva pedagogica, trasformando il desiderio di scendere in campo in un incentivo concreto alla responsabilità.

Ed è forse proprio qui che il progetto mostra la sua qualità più profonda. L’Arci Scampia non si limita a formare atleti. Prova, con realismo e senza retorica, a formare cittadini. Lo dimostrano la “Stanza d’Ascolto”, attiva dal 2014 per intercettare i disagi dell’adolescenza, le attività ambientali legate alla cura degli spazi ed alla sostenibilità, le iniziative sociali e culturali rivolte al territorio, dal Mediterraneo Antirazzista a Libera in Gol, fino ai tornei femminili e ai percorsi di inclusione che nel tempo hanno coinvolto anche ragazzi in condizioni economiche fragili, spesso accolti gratuitamente.
Naturalmente, da questo vivaio sono passati anche calciatori arrivati al professionismo, come Armando Izzo e Luca Pandolfi. Sarebbe però un errore misurare il valore dell’esperienza solo attraverso questi nomi. Come ricordano gli stessi fondatori, il risultato più importante non è produrre campioni di Serie A o Serie B, ma “campioni nella vita”, cioè ragazzi e ragazze capaci di diventare adulti consapevoli, persone perbene, cittadini responsabili. È una formula che, ripetiamolo ancora una volta, può sembrare semplice, ma dentro quella semplicità c’è un’idea di sport molto seria, molto concreta, direi persino controcorrente.
Il riconoscimento conferito dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ad Antonio Piccolo e Carlo Sagliocco, nominati Commendatori dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ha avuto proprio questo significato: riconoscere non soltanto una lunga attività sportiva, ma una pratica civile, un esempio di dedizione al bene comune, una forma di volontariato capace di incidere davvero sul territorio.


Ed è significativo che i due fondatori abbiano letto quel premio non come un successo personale, ma come un riconoscimento da condividere con l’intero quartiere e con tutte le associazioni che, in questi anni, hanno contribuito a cambiare il volto di Scampia.
In fondo è proprio questo il punto, l’Arci UISP Scampia non racconta una favola edificante, ma qualcosa di più interessante e più raro: dimostra che anche nei contesti più complessi, quando ci sono visione, rigore, lavoro quotidiano e senso della comunità, il cambiamento è possibile e può diventare persino duraturo.
E… scusateci se è poco!
