L’installazione artistica “La Mano de Dios”, realizzata da Gerardo Rosato e collocata all’ingresso del centro sportivo Arci Scampia, non è soltanto una scultura. È un gesto pubblico, un segno culturale, un messaggio rivolto al quartiere e, soprattutto, ai tanti ragazzi che ogni giorno attraversano quel luogo di sport e formazione.
A colpire, fin dal primo sguardo, è il soggetto scelto. L’opera si ispira al celebre gol di mano segnato da Diego Armando Maradona in Argentina – Inghilterra, nei quarti di finale del Mondiale del 1986 in Messico. Un episodio che appartiene ormai alla storia del calcio mondiale e che, nel tempo, ha smesso di essere soltanto un fatto sportivo per diventare materia simbolica, immaginario popolare, racconto condiviso. L’artista Gerardo Rosato ne coglie il valore iconico e lo traduce in forma plastica, affidandolo alla leggerezza solo apparente del filo metallico.
Ed è proprio qui che il lavoro si fa interessante, diremmo persino affascinante. Perché utilizzare il filo metallico per rappresentare uno dei gesti più discussi e mitizzati del calcio moderno significa lavorare per sottrazione e non per accumulo. Non c’è massa compatta, non c’è monumentalità retorica, non c’è il peso un po’ stanco di certa scultura celebrativa. C’è invece un disegno tridimensionale che vive di vuoti, di trasparenze, di linee intrecciate. In altre parole, c’è una materia che non invade lo spazio ma lo attraversa, lo suggerisce, lo mette in tensione. E così facendo restituisce all’immagine di Maradona una qualità quasi sospesa, come se quel gesto fosse ancora lì, a mezz’aria, tra il corpo del calciatore, la traiettoria del pallone e la memoria di chi guarda.
E non è un dettaglio secondario il fatto che quest’opera abbia trovato posto proprio all’ingresso dell’Arci Scampia, il nostro centro sportivo frequentato da centinaia di ragazzi del quartiere e fondato dai mister Antonio Piccolo e Carlo Sagliocco.
Chi conosce la nostra realtà sa bene che la scuola calcio, lavora seriamente e non è soltanto il luogo dove si impara a stoppare un pallone o a fare un passaggio fatto bene. Noi siamo, e vogliamo continuare ad essere, un presidio educativo, uno spazio di socialità, una palestra civile nel senso più ampio del termine.

Siamo il posto in cui si apprendono disciplina, rispetto delle regole, spirito di gruppo, capacità di convivere con la sconfitta e con la fatica. Mettere l’arte sulla soglia di un luogo così significa farle abbandonare qualsiasi posa elitaria e restituirla alla sua funzione più alta, quella di dialogare con la vita quotidiana delle persone.
Del resto, lo stesso Rosato ha espresso con chiarezza un’idea di arte che nasce dal basso e che, proprio per questo, deve essere accessibile a tutti. È una posizione che condividiamo senza troppi giri di parole. L’arte che rimane chiusa in circuiti autoreferenziali può anche essere formalmente impeccabile, ma spesso perde la sua temperatura umana. Qui da noi, invece, accade il contrario. La scultura entra in un luogo vivo, attraversato da bambini, adolescenti, famiglie, educatori, allenatori. Non chiede una fruizione sacrale, non pretende distanza, non si impone con il linguaggio dell’eccezionalità. Si offre allo sguardo, si lascia incontrare, diventa parte del paesaggio educativo e affettivo di una comunità.
C’è poi un ulteriore livello di lettura, forse il più profondo. A Napoli, e in modo tutto particolare nei quartieri popolari, come Scampia, Maradona non è stato soltanto un campione. È stato un riferimento, una figura capace di condensare riscatto, orgoglio, appartenenza, persino contraddizione. Ed è forse proprio questo a renderlo ancora così vicino. Diego non è mai stato addomesticabile, non è mai stato riducibile a un’immagine levigata, buona per tutte le stagioni. La sua parabola umana e sportiva è stata straordinaria proprio perché piena di ombre e di luce, di grandezza e di cadute, di genialità e di eccesso. Il mito della Mano de Dios, piaccia o no, sta anche qui. In quella zona ambigua in cui il calcio smette di essere soltanto tecnica e regolamento e diventa racconto epico, astuzia, istinto, provocazione, rivalsa. Portare questo simbolo a Scampia ha significato riconoscere la forza di una memoria popolare che non si lascia semplificare.

L’opera, inoltre, non nasce da un’intuizione improvvisata. Rosato ha raccontato che l’idea della Mano de Dios ha preso forma circa tre anni fa, dopo la morte di Maradona, all’interno di una mostra organizzata nella sua casa museo insieme ad altri artisti. In quell’occasione, il confronto sul Pibe non si limitò all’aspetto calcistico, ma si allargò alle sue battaglie politiche e sociali. È un passaggio importante, perché spiega bene come il progetto non sia la semplice celebrazione di una gloria sportiva, ma il tentativo di rileggere una figura complessa attraverso una sensibilità civile e collettiva. Successivamente, l’artista aveva immaginato una diversa collocazione, ma la burocrazia ha rallentato il percorso. Poi è arrivata l’opportunità dell’Arci Scampia e, a quel punto, il binomio è apparso quasi naturale.
Anche il tragitto fisico dell’opera, dal Nord al Sud, aggiunge una suggestione ulteriore. Gerardo Rosato ha spiegato che la scultura era stata esposta al Nord, sottoposta al freddo, al gelo, alla nebbia e all’umidità, tutti elementi poco amici del ferro. Portarla a Napoli, al Sud, per lui ha significato in qualche modo riportare Diego a casa. È una frase semplice, ma molto efficace. Perché dentro quell’idea del ritorno a casa c’è il senso profondo del legame tra Maradona e Napoli, ma anche la volontà di assegnare a Scampia non un ruolo marginale o di contorno, bensì una centralità simbolica. Come a dire che certi omaggi, per essere autentici, devono stare in mezzo alle persone, non ai bordi.

Rosato, d’altra parte, arriva a questo progetto con un percorso artistico coerente. Nato in Irpinia, a Guardia dei Lombardi, trasferitosi con la famiglia a Torino dopo il terremoto del 1980, formatosi al liceo artistico, ha sviluppato nel tempo una ricerca che lo ha portato dalla pittura alla scultura, anche grazie al lavoro in fonderia e al contatto con materiali come ferro, sabbia, alluminio e materiali riciclati.
Da anni utilizza questi elementi per costruire un linguaggio personale, immediatamente riconoscibile, fondato sulla lavorazione del metallo e su una concezione dell’arte come esperienza condivisa e gratuita, lontana dalle rigidità di certi circuiti espositivi tradizionali.
Anche questo, se vogliamo, aiuta a comprendere perché la Mano de Dios trovi una sua piena coerenza proprio all’interno di un contesto come quello della nostra Scuola Calcio Arci UISP Scampia.
Per chi vive il calcio come un fatto esclusivamente agonistico, forse questa installazione potrà sembrare soltanto un omaggio ben riuscito a un campione irripetibile. Ma fermarsi qui sarebbe riduttivo. In realtà, “La Mano de Dios” all’Arci Scampia è un punto di intersezione tra codici diversi:
- è arte pubblica, perché si colloca in uno spazio condiviso e lo qualifica;
- è memoria sportiva, perché rimanda a uno degli episodi più celebri della storia del calcio;
- è pedagogia implicita, perché si offre allo sguardo dei più giovani in un luogo di formazione;
- ed è anche, diciamolo pure, un gesto politico nel senso più nobile del termine, perché afferma che la bellezza deve poter abitare ovunque e non solo dove è già prevista, protetta, autorizzata.
In questo senso, la presenza della scultura all’ingresso del nostro centro sportivo non è affatto neutra. Ogni ragazzo che varca quel cancello incontra, prima ancora del campo, un’immagine. Un simbolo. Una narrazione, e le narrazioni contano tantissimo. Contano perché aiutano a costruire appartenenza, a generare curiosità, a stabilire un ponte tra il presente vissuto e una memoria collettiva più ampia.
Magari qualcuno si fermerà solo un istante. Magari qualcun altro chiederà chi era davvero Maradona. Magari un bambino, semplicemente, alzerà lo sguardo e penserà che quel luogo è anche suo, che lì dentro c’è spazio non solo per correre dietro a un pallone, ma anche per immaginare, osservare, riconoscersi.

Ed è forse questa la riuscita più bella dell’opera d’arte. Non tanto la celebrazione del mito in sé, quanto la sua trasformazione in occasione di relazione. Tra arte e sport. Tra memoria e presente. Tra Napoli e Scampia. Tra un artista e una comunità.
“La Mano de Dios”, in mostra all’Arci Scampia, trasforma un ingresso in una soglia simbolica, un ricordo sportivo in un racconto civile, una materia come il filo metallo in un segno leggero ma tenace.
E allora ha ragione Gerardo Rosato quando dice che adesso Diego è tornato a casa. Non in una formula nostalgica e nemmeno in una celebrazione da cartolina, ma in un luogo vero, abitato, quotidiano. Un luogo dove il calcio continua a essere passione, educazione, riscatto e, da oggi, anche arte.
